Fu il massimo stratega della guerra-lampo, il suo inventore, Liddell Hart lo definì "il miglior generale tedesco della seconda guerra mondiale"

In un'epoca in cui una nazione militarmente avanzata come la Francia fondava ancora la propria difesa sulle imponenti fortificazioni della Maginot, egli codificò il metodo per evitare le secche della guerra di posizione e imporre quella di movimento mediante l'impiego di masse di carri armati combinato col bombardamento in picchiata dell'aviazione da combattimento e col lancio di paracadutisti e con l'azione aerea devastatrice sulle retrovie del nemico.
Da allora la guerra-lampo, la "blitzkrieg", ebbe il suo nome: Fritz Erich Georg Eduard von Lewinski, meglio conosciuto come feldmaresciallo Erich von Manstein. Nel primo conflitto mondiale combatté soltanto pochi mesi perché già nel novembre 1914 venne ferito gravemente e, divenuto capitano alla sua guarnigione, fu addetto a vari Stati Maggiori di grandi unità. Secondo la biografia ufficiale, quando Hitler salì al potere (1933) Manstein, che era comandante del battaglione cacciatori del 40° Reggimento di fanteria a Kolberg, ebbe violenti scontri con i funzionari del partito e lottò energicamente contro l'allontanamento dalle forze armate di ufficiali di origine ebrea. Ma di lì ad una decina di anni mutò opinione e durante la campagna di Russia rivolse ai propri reparti una ordinanza in cui era detto che "il soldato tedesco nei territori dell'Est non è soltanto un combattente secondo le regole della guerra ma anche il portatore di una inesorabile idea nazionalistica razziale, il quale deve capire perfettamente la necessità della dura ma giusta espiazione della razza inferiore degli ebrei". Maggior generale nell'ottobre 1936, Manstein ebbe la carica di Primo Quartiermastro e di sostituto del capo di Stato Maggiore dell'esercito, generale Beck. Cinquantunenne, ambizioso, di buona cultura e brillante ufficiale particolarmente versato nei problemi strategici ed organizzativi, Manstein accolse favorevolmente l'energia risoluta del nuovo regime nazionalsocialista, la sua responsabilità nazionale che appariva così efficace dopo l'atteggiamento rinunciatario della repubblica di Weimar, la sua politica in fatto di riarmo e, pertanto, la valorizzazione della propria classe. Ma, fedele al geloso potere della casta degli ufficiali fino ad allora, con von Seeckt, "Stato nello Stato", prese posizione contro alcune iniziative imposte dall'OKW e dai progetti nazisti di espansione armata; così, all'inizio del 1938, venne allontanato dallo Stato Maggiore e gli venne lasciata una nomina di secondo piano, quella di comandante della 18^ Divisione, a Liegnitz. Si trattò di un vero e proprio esilio e, prima di lasciare quel modesto servizio di truppa, dovette attendere l'estate del 1939 quando, in vista dell'aggressione alla Polonia, Hitler costituì in Slesia il gruppo di armate Sud formato dalla XIV (List) , dalla X (von Reichenau) e dall'VIII (Blaskowitz) e posto al comando di von Rundstedt. Manstein, promosso tenente generale, divenne suo capo di Stato Maggiore ed elaborò i piani per dar battaglia, nella grande ansa della Vistola, all'Armata Lodz, batterla e giungere con l'ala destra del proprio schieramento sul tergo delle forze polacche.

 
  Foto: Manstein, vicino al gen.Erich Hoepner, aspetta di stringere la mano ad Hitler, dopo la campagna di Polonia.

A pranzo con Hitler
Il suo capolavoro lo realizzò, pochi mesi più tardi, sul fronte occidentale dando corpo, con un progetto per molti aspetti rivoluzionario , alle teorie della guerra-lampo.
Forse anche perché insoddisfatto dal ruolo relativamente modesto che nell'operazione Fall Gelb veniva riservato alla sua unità, Manstein, in un documento sottoposto all'OKW, criticò aspramente Fall Gelb scrivendo che "il piano non contiene l'indicazione chiara di condurre la campagna ad una conclusione vittoriosa". Il suo scopo è una vittoria parziale (la sconfitta delle forze alleate nel Belgio settentrionale) e il raggiungimento di conquiste territoriali (il possesso della costa come base per le future operazioni).
Von Brauchitsch respinse il documento e così fece Halder. Tuttavia l'uomo era testardo e sicuro di sé e un mese più tardi, quando partecipò al pranzo che Hitler offriva alla Cancelleria di Berlino a cinque comandanti di corpo di nuova nomina, non esitò un istante ad esporre al Fuhrer le critiche al Fall Gelb e a tracciargli un altro piano, il proprio, che aveva già denominato Colpo di falce. Hitler, subito convinto anche perché da parecchio tempo si trastullava con un'idea del genere (nel diario di Jodl, alla data del 30 ottobre 1939, è scritto: "Il Fuhrer ha una nuova idea: attaccare a Sedan, via Arlon,con una divisione corazzata e una divisione motorizzata"), invitò Manstein nello studio privato e, per una delle poche volte nella sua vita, ascoltò l'interlocutore senza interromperlo. Manstein gli disse chiaramente, e seccamente, che con il Fall Gelb a parte il fatto che era già venuto a conoscenza degli alleati si sarebbe soltanto sconfitto il nemico ("E questo, Mein Fuhrer, non è il nostro obiettivo"); invece bisognava annientarlo, cosa ben diversa. Per far questo, e con l'identico sforzo, era necessario che il colpo principale venisse sferrato dal gruppo di armate A (von Rundstedt) attraverso le Ardenne, su entrambi i lati di Sedan per poi scavalcare ("veloci come il fulmine") la Mosa e giungere, attraverso la Francia settentrionale, fino al mare, ad Abbeville, tagliando fuori le forze alleate ammassate nelle Fiandre. Dopo la distruzione di queste forze, il resto dell'esercito francese sarebbe stato circondato e sbaragliato con una massiccia conversione a destra. Hitler approvò.
Processato come criminale di guerra
Durante la prima parte della campagna di Francia, Manstein non ebbe occasione di dimostrare quel che poteva fare come comandante di una grande unità perché i suoi reparti vennero relegati semplicemente fra quelli che seguirono la penetrazione delle forze corazzate di sfondamento, e non bisogna neanche dimenticare che Hitler aveva detto agli intimi, parlando di lui: "Quest'uomo sa il fatto suo ma non è proprio quello che fa per me".
Comunque, nella fase conclusiva, Manstein operò il primo sfondamento ad oriente di Amiens: " I carri armati di Rommel sfruttarono la breccia" ha scritto Liddell Hart, "ma Manstein gareggiò in velocità coi carri nell'inseguimento, impiegando la sua fanteria come truppa mobile. Il suo corpo fu il primo a raggiungere e a passare la Senna il 10 giugno 1940 compiendo quel giorno una marcia di oltre 65 chilometri".

 
Foto: Erich Von Manstein consulta una carta militare al Quartier Generale tedesco  

In possesso di grande senso strategico e di una profondissima conoscenza delle possibilità delle unità meccanizzate, Manstein apparve così d'improvviso sulla scena bellica europea come l'ideale condottiero delle rapide e mortali penetrazioni coordinate dai carri in terra e dall'aviazione da combattimento in cielo; fu forse per questo che, divenuto nel febbraio 1941 generale di fanteria e comandante del LVI Corpo corazzato, venne 'scelto per la campagna di Russia e posto alle dipendenze del gruppo di armate Nord (feldmaresciallo von Leeb) che, dalla Prussia orientale, doveva puntare su Leningrado. Manstein sfondò il fronte nemico nella stretta vallata della Dubissa e corse innanzi così veloce che raggiunse Dvinsk, distante oltre 300 chilometri, in soli quattro giorni e mezzo impadronendosi dei ponti principali sulla Dvina prima che i sovietici potessero farli saltare. Ma la guerra di Russia gli riserbò anche un ruolo inatteso. Richiamato a settembre nel sud per prendere il comando dell'XI Armata, ebbe il compito di conquistare, con la Crimea, la piazzaforte marittima di Sebastopoli, sicché il seguace della guerra-lampo si trasformò in tecnico di materiali e il condottiero di corpi corazzati in stratega dell'artiglieria.
Ma fra lui ed Hitler i rapporti non erano buoni (in realtà, non erano mai stati cordiali): al Fuhrer l'ottuso professionalismo di Manstein non bastava, voleva la consapevole adesione politica e, sul piano militare, l'antica obbedienza cadaverica, e poi come confessava agli intimi gli dava anche fastidio il carattere del neo feldmaresciallo (ironia corrosiva e critiche dure, aperte). Soprattutto, i due erano divisi da diverse, e insanabili, concezioni strategiche: Hitler credeva ancora nel principio del "Nessuna ritirata" che aveva dato miracolosi frutti davanti a Mosca nel dicembre 1941-gennaio 1942; Manstein sosteneva che l'unico modo per neutralizzare la sempre crescente pressione russa era un arretramento profondo. Il dissidio divenne acuto nel marzo 1944: il 30 di quel mese Hitler convocò Manstein e Kleist all'Obersalzberg, li decorò della Croce di cavaliere con fronde di quercia e spade, tolse ad entrambi il comando e li sostituì con altri due feldmarescialli che, in seguito, sarebbero stati definiti i suoi fedelissimi, Schorner e Model.
Manstein, ufficialmente sofferente di gravi disturbi agli occhi, si trasferì a Celle - elegante località mondana e di villeggiatura - col pretesto di sottoporsi ad una lunga cura. In realtà, passò il suo tempo a scrivere un libro che, pubblicato dopo la fine della guerra, sarebbe diventato un best seller di cose militari (Verlorene Siege, Vittorie perdute).
La sua carriera finì a questo punto: il nome di Manstein non fu più udito. Arrestato alla fine del conflitto dagli inglesi, Manstein venne processato quattro anni più tardi ad Amburgo come criminale di guerra: l'accusa si riferiva al 1942, in Crimea, quando aveva ospitato senza dir verbo una Einsatzgruppe, venuta a ripulire la regione dagli ebrei. Dei diciassette capi di imputazione che gli piovvero addosso ne rimasero solo due. Manstein fu condannato, per non essere intervenuto mentre sotto la sua giurisdizione avvenivano massacri ed orrori, a 18 anni da scontarsi nelle carceri di Werl.
Invece rimase in prigione soltanto 4 anni: a causa del suo cattivo stato di salute ottenne la grazia nel maggio 1953 e si ritirò a vivere, con l'unica compagnia di una bella e giovanissima fantesca, in una grande e quieta villa di Irschenhausen, in Baviera.

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Eric von Manstein