Cujkov, l'eroe di Stalingrado
Berlino, 30 aprile 1945, mezzanotte. I! cadavere del Fuhrer, cosparso con 170 litri di cherosene, è appena finito di bruciare; nel piccolo cortile antistante l'uscita del bunker della Cancelleria ristagna ancora un lezzo acre e disgustoso, nei sotterranei ufficiali e ausiliarie si ubriacano e ballano, come liberati da un incubo. A lenti passi l'ultimo capo di Stato Maggiore dell'esercito tedesco, General Oberst Hans Krebs, attraversa le linee preceduto da due sottufficiali con bandiera bianca e fiancheggiato da due altri ufficiali con le bande rosse ai pantaloni ad indicare l'appartenenza allo Stato Maggiore e si presenta al comandante della grande unità sovietica che ha fatto irruzione nella ridotta interna della capitale del Reich.
Questo comandante, questo condottiero dell'Armata Rossa è Cujkov, l'eroe di Stalingrado, il grande avversario di Paulus: ben merita il vanto di essere il primo a ricevere l'offerta di resa da parte di quella stessa orgogliosa metropoli alla quale Hitler voleva cambiare il nome in quello piu rappresentativo di "Germania" e farla diventare, con l'aiuto di una megalomane architettura da fantascienza affidata al fedelissimo Speer, la capitale del mondo. Cujkov aspetta impassibile, fa un lieve cenno del capo, sa che Hitler si e ucciso.
II generale Krebs, che e stato addetto militare tedesco a Mosca e conosce molto bene la lingua russa, tenta di avviare la conversazione con un tono disinvoltamente allegro, come se l'invasione tedesca in Russia non avesse provocato venti milioni di morti, e dice: "Oggi è il primo maggio, una grande festa per le nostre due nazioni". Cujkov risponde con gelida freddezza, nella quale tuttavia si puo intravedere un sottile filo d'ironia: "Per noi oggi e una grande festa, ma è difficile dire come vadano le cose da voi laggiu".
Abbiamo voluto parlare di Cujkov accennando subito a questa inarrivabile "ora di gloria" del generale anche per rendergli giustizia: fra i grandi soldati della guerra Cujkov è infatti uno dei meno conosciuti, per tante ragioni, ivi compresa l'invidia di Stalin e di Zukov che lo tenevano sempre sotto stretto controllo, ma in realtà ebbe una parte determinante nella guerra, piu di tante altre figure diventate famose. Ed ebbe una grande parte anche nel dopoguerra, perché per lunghi anni, fra il 1946 e il 1953, fu prima vicecomandante e poi comandante in capo delle truppe di occupazione sovietiche in Germania, con sede nel Quartier generale di Karlshorst, nei giorni "caldi" dei maggiori contrasti tra gli Alleati, la chiusura delle frontiere di demarcazione, gli accessi occidentali a Berlino, il ponte aereo, la divisione della citta con il famoso "muro".
Un figlio della Grande Madre Russia
Come persona, Vassilij Ivanovic Cujkov assomiglia marcatamente a tanti altri ufficiali sovietici: ha cioè il tipo fisico caratteristico della gente slava, media statura, corpo grosso e tarchiato (quello che i francesi dicono "trapu"), faccia larga dagli zigomi rilevati, capelli scuri e abbondanti, sguardo vivissimo sottolineato da ciglia nere e folte, una naturale lentezza di modi e di espressione. Nato nel febbraio del 1900 a Serebrjanye Prudi (che in russo significa "stagno d'argento") nel distretto di Tula, a sud-ovest di Mosca da una famiglia di contadini poveri (i suoi nonni erano stati fino al 1868 "servi della gleba" di un principe) rappresenta il sangue russo allo stato puro entro quel variopinto mosaico di nazionalità fra caucasici, grandirussi, ucraini, ebrei e tartari che caratterizzava l'impero zarista.
Gia da ragazzo, Vassilij dimostra di essere uno che sa quello che vuole e si da da fare per ottenerlo. A dodici anni appena compiuti lascia la famiglia e se ne va da uno zio a San Pietroburgo - la futura Leningrado - in cerca di lavoro. Trascorre qualche mese come manovale in un'officina, poi si sistema da un artigiano e impara il mestiere del sellaio. Quello che diventera un condottiero di carri armati comincia con l'occuparsi di cavalli.
Ma il mestiere dell'operaio non gli piace. In quegli anni Pietroburgo è un centro di discussioni, di idee e di contrasti violenti. Nel mese di ottobre del 1917, esattamente alla vigilia della Rivoluzione bolscevica, e quindi nel tumultuoso periodo tra la caduta dello zarismo e la presa del potere da parte dei comunisti guidati da Lenin, il giovane decide da un giorno all'altro di arruolarsi nell'esercito di Kerenskij, già in pieno disfacimento, e viene assegnato ad un distaccamento di minatori-zappatori. Ma ha appena il tempo di indossare la divisa, la sua è una "macchia" che dura poco. Vassilij e un ragazzo di diciassette anni, non si intende di politica, non ha certamente studiato il marxismo ma si sente spontaneamente dalla parte dei proletari, non da quella degli intellettuali, né tanto meno da quella dei nobili. Inoltre possiede un fiuto (e lo dimostrerà ad abundantiam in seguito) che lo spinge a cavarsela in qualsiasi circostanza. Passa quindi dalla parte dei rivoluzionari, non solo, ma porta con se anche un gruppo di commilitoni. Gia nella primavera del 1918 aderisce all'Armata Rossa che Trockij sta faticosamente organizzando. Poche settimane dopo si mette in luce (e il fatto verra debitamente riportato nel suo curriculum di partito) per la parte avuta nel soffocare un tentativo di ammutinamento inscenato a Mosca da un gruppo di social-rivoluzionari.
L'impresa gli merita la nomina a ufficiale; negli anni della guerra civile la sua attivita è incessante, si batte sul fronte ucraino contro Krasnov (l'atamano che fuggira in occidente e diventera famoso come romanziere con il libro "Dall'aquila imperiale alla bandiera rossa") e poi sul fronte centro-siberiano contro le formazioni bianche e cecoslovacche dell'ammiraglio Kolcak. Intorno alla metà del 1920 è in Polonia, dove è ferito ad un braccio durante la sfortunata offensiva su Varsavia. Viene premiato con due decorazioni sul campo. Decide di dedicarsi alla carriera militare, viene ammesso all'Accademia di Guerra che poi ricevera il nome di "Istituto Frunze" e termina i corsi con la menzione di ottimo. Come primo servizio è trasferito ad un compito oscuro di guarnigione, nell'Asia centrale, dove sorgono a una a una le nuove repubbliche sovietiche rovesciando i vecchi kanati, come quello di Buchara. Nel 1929, su sua domanda, è assegnato all'Armata di Bluecher e mentre questi combatte contro i giapponesi, in una serie di scontri più o meno ufficiali, Cujkov diventa consigliere militare del Kuomintang e di Chiang Kai-Shek in particolare: compito non facile, dato che Chiang aveva appena finito di sterminare i comunisti rivoltosi di Canton.
Restera in Cina fino al 1938 - l'anno culminante della feroce epurazione staliniana contro la vecchia guardia del partito e il corpo degli ufficiali superiori - allorché viene posto alla testa d'un corpo d'armata e poi di un'armata nella regione militare della Bielorussia. Sono mesi e settimane di intensa drammaticità; nulla riesce a fermare il mondo impazzito che sta correndo verso la guerra. Nel settembre 1939 Cujkov entra in Polonia (in seguito al patto russo-tedesco di amicizia e di non aggressione dell'agosto precedente e dopo il crollo delle difese polacche a opera della Wehrmacht) e stringe la mano a von Bock e a Guderian arrivati a tutta velocita da ovest. Subito dopo prende parte, per poco piu di un mese, all'infelice campagna invernale dei russi contro la Finlandia, agli ordini del maresciallo Timosenko.
Non ha tempo per assistere alla firma dell'armistizio. Un ordine dal Cremlino lo richiama in Cina, a Nanchino, questa volta con la qualifica ufficiale di addetto militare sovietico presso il governo di Chiang. Un incarico svolto con sicurezza ed efficacia, e di cui Stalin terra conto quando decidera di affidare a Cujkov l'amministrazione della Germania occupata.
II generale restera nella capitale del Celeste Impero fino alla primavera del 1942.
"Conservare Stalingrado o morire"
Finalmente il richiamo al servizio attivo, sul campo di battaglia. La designazione di Cujkov, allora maggiore generale, ma tranne l'intermezzo polacco e finlandese, sempre vissuto un po' al di fuori dei ranghi piu strettamente militari a causa dei compiti diplomatici via via affidatigli, al comando d'uno dei settori piu delicati e forse decisivi dell'intera guerra sul fronte orientale, non è mai stata spiegata chiaramente. Nelle sue memorie (tradotte in inglese nel 1963 con il titolo The beginning of the road, cioe L'inizlo della strada, ma a quanto ci risulta mai comparse in Italia) Cujkov e quanto mai reticente al riguardo, non dice chi abbia proposto il suo nome a Stalin, che senza dubbio era l'unico cui toccasse in ultima istanza di decidere. Probabilmente è stato Vasilijevsk, che aveva conosciuto Cujkov in oriente e lo stimava molto; certo non è stato Zukov, che nelle sue memorie riesce a scrivere ottocento pagine facendo menzione soltanto due o tre volte, e così en passant, del suo quasi omonimo rivale e subordinato.
In un primo momento, comunque, Cujkov è richiamato si, in occidente, a disposizione della Stavka, ma non ottiene un comando. La sua ora deve aspettare fino a settembre, quando la battaglia di Stalingrado si avvicina al momento della verità. Il 2 settembre la 6° Armata di Paulus e la 4° Corazzata di Hoth si congiungono sulle colline che dominano la citta: per i russi la causa sembra perduta in partenza. Tutte le comunicazioni terrestri con Stalingrado sono tagliate e i vettovagliamenti della guarnigione sono possibili soltanto attraverso il Volga. II generale Lopatin, comandante della 62° Armata sovietica, ritiene la citta indifendibile e chiede l'autorizzazione di attraversare il fiume. Viene destituito sul posto. Stalin proclama alla radio che la Russia non ha piu territori da cedere, poi chiama al telefono il comandante del gruppo d'armate (Eremenko, mentre Zukov comanda l'intero settore centro-meridionale del fronte) e il suo nuovo commissario politico, Nikita Chruscev. Al termine della conversazione viene convocato Cujkov. "Compagno Vasilij Ivanovic, siete nominato comandante della 62° Armata. Avete un solo ordine da eseguire, conservare Stalingrado o morire."
Una bomba a mano e avanti
Da quel giorno Cujkov diventa per i sovietici l'eroe di Stalingrado, anche se Stalin, gelosissimo di ogni autorità che possa in qualche modo, anche lontanamente, dar ombra alla sua, lo terra sempre "in riga", come del resto farà anche con Zukov e Rokossovskij. Due ore dopo aver ricevuto l'ordine, Cujkov ha gia lasciato il Quartier generale del fronte a Yami, dove è stato a rapporto da Chruscev ed Eremenko, e inizia un angoscioso viaggio in jeep lungo la sponda sinistra del fiume. Finalmente a Krasnaya Sloboda, un traghetto sul Volga gli permette di penetrare nella citta in fiamme. Da ventiquattr'ore Stalingrado si trova sotto il bombardamento continuo dell'artiglieria pesante della 6° Armata tedesca. Mentre il traghetto si avvicina all'approdo, schegge di granata e pallottole morte di shrapnel schizzano "come trote" nell'acqua scura, la cui temperatura risulta aumentata per le fiamme.
Cujkov nflette; sono sue parole: "Chiunque non avesse avuto esperienza di guerra, avrebbe potuto pensare che nella citta in fiamme non ci fosse piu vita, che tutto fosse stato distrutto o bruciato. Ma io sapevo che dall'altra parte del fiume si combatteva, che era in corso una lotta titanica.... Purtroppo, "aggiunge Cujkov, "il mio predecessore generale Lopatin si era tanto convinto dell'"impossibilità e inutilità di difendere la citta", che il senso di avvilimento "si era indubbiamente comunicato ai subordinati...".
Cujkov situa il suo posto di comando in una trincea conosciuta come il bunker "Tsaritsyn" presso il ponte di via Pushkin. Ordina di far immediatamente affluire al fronte - reparto per reparto, battaglione per battaglione - la 13° Divisione di fanteria della Guardia agli ordini del generale Rodimtsev ma ora dipendente operativamente da Cujkov, blocca una nuova irruzione nazista servendosi delle ultime riserve di carri armati a sua disposizione. Si combatte casa per casa. Cujkov, nonostante ogni sforzo, è costretto a trasferire il suo quartier generale dal bunker "Tsaritsyn" a Matvejev-Kurgan, ma non cede. Rivela un'energia inesauribile (di lui il suo avversario, lo sconfitto Paulus, dirà:"Cujkov non è un generale, è uno stregone"), riesce a infondere coraggio alle truppe, a rianimare gli ufficiali,senza falsa retorica ma aderendo sempre, nelle disposizioni tattiche, a una spietata realtà.
Cujkov racconta ancora: "L'esperienza ci insegnò ad avvicinarci alle posizioni del nemico; a muoverci a carponi sfruttando le buche e le macerie; a scavare le trincee di notte e a mimetizzarle di giorno; a prepararci all'attacco senza fare alcun rumore; a portare i mitra sulle spalle; a portare da dieci a dodici bombe a mano. La tempestività e la sorpresa saranno allora nostre alleate [...]. In una casa si entra in due: tu e una bomba a mano; entrambi senza troppi impacci: tu senza lo zaino, la bomba a mano senza la sicura; prima va dentro la bomba a mano, poi ci vai tu; entra in tutti i locali della casa, e sempre prima la bomba a mano e poi tu [...]. C'e un'altra regola precisa, ora: fatti spazio! Ad ogni passo e in agguato il pericolo. Non importa: una granata in ogni angolo della stanza, poi avanti! Una raffica di mitra su cio che e rimasto; ancora un po' piu avanti: un'altra bomba a mano e poi ancora avanti! Un'altra stanza: una bomba a mano! Una voltata: un'altra bomba a mano! Una raffica con il mitra! E poi avanti!
All'interno dell'edificio che tu attacchi il nemico può passare al contrattacco. Non avere paura. Tu hai già preso l'iniziativa, è nelle tue mani. Agisci con decisione servendoti della tua bomba a mano, del tuo mitra, del tuo pugnale e della tua baionetta! II combattimento dentro un edificio è sempre confuso. Percio sii sempre pronto ad ogni evenienza. Tieni gli occhi aperti...".
Questa pagina di Cujkov, forse una delle piu spaventosamente brutali dell'intera letteratura militare, descrive in modo ineguagliabile l'epopea di Stalingrado, che e anche in certa misura l'epopea personale di Cujkov. II resto della sua carriera non ha praticamente storia se non nei volumi strettamente tecnici sullo svolgimento delle operazioni. Dopo aver partecipato non soltanto alla difesa della metropoli sul Volga ma anche alla grande offensiva scatenata il 19 novembre, e conclusasi ai primi di febbraio del 1943, Cujkov è destinato con la sua armata, che nel frattempo ha assunto il nome di 8° Armata della Guardia, come un riconoscimento ufficiale, al fronte sud-ovest (generale Malinovskij) che guida la battaglia del Dniepr, da agosto a dicembre. Partecipa alla liberazione di Zhdanov (gia Mariupol), di Nikopol, di Krivoi Rog (febbraio 1944) e di Odessa (10 aprile 1944).
Promosso colonnello generale, alla meta del 1944 è assegnato con la sua armata al primo Fronte bielorusso (generale Rokossovskij) e prende parte all'operazione Lublino-Brest, ini-ziatasi il 18 luglio e portata a termine alla fine d'agosto con l'attraversamento della Vistola tra Lublino e Varsavia. Subito dopo avanza in direzione di Lodz e il 29 gennaio raggiunge e attraversa la frontiera tedesca. Ancora tre mesi e concludera la sua attivita bellica accettando a Berlino l'offerta di resa di Krebs.
Non gli mancarono i riconoscimenti: membro del Comitato centrale del partito al XXIII Congresso, deputato permanente del Soviet supremo, due volte eroe dell'Unione Sovietica, titolare di cinque Ordini di Lenin e di quattro della Bandiera Rossa, di tre Ordini di Suvarov (in totale 44 Ordini e medaglie, un bel petto) dopo la guerra ricoprì anche incarichi di carattere politico. Governatore della Turingia nel 1946, nel 1949 è a capo della zona sovietica, divenuta intanto Repubblica Democratica della Germania orientale. Promosso maresciallo nel 1953, viene sostituito da Grecko e ottiene il comando del distretto militare di Kiev. Dal 1960 è in pensione.

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Col.Gen. Vassilij Ivanovic Cujkov